martedì 31 ottobre 2017

Whatsapp: chat valide come prova se si acquisisce anche il telefono

Per la Cassazione solo così è possibile verificare l'affidabilità, nel processo penale, della mera trascrizione del contenuto della chat




di Valeria Zeppilli - In che modo è possibile acquisire in maniera corretta una conversazione WhatsApp come prova in un processo penale? Negli ultimi tempi, nella valutazione delle strategie difensive la domanda è sempre più diffusa, visto che ormai quasi tutti fanno uso di tale applicazione.
Con la sentenza numero 49016/2017 (qui sotto allegata), la Corte di cassazione ha dato una risposta: per l'utilizzabilità della chat è indispensabile l'acquisizione del supporto telematico o figurativo.

Affidabilità della prova

Per i giudici, è vero che la registrazione di tali conversazioni da parte degli interlocutori rappresenta la memorizzazione di un fatto storico, del quale è possibile disporre a fini probatori: si tratta infatti di una prova documentale legittimata dall'articolo 234 del codice di procedura penale, il quale contempla la possibilità di acquisire in giudizio anche documenti che rappresentano fatti, persone o cose attraverso la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo.
Tuttavia, è anche vero che la trascrizione ha una funzione di mera riproduzione del contenuto della principale prova documentale, con la conseguenza che la sua utilizzabilità richiede necessariamente l'acquisizione del supporto che la contiene. Solo in tal modo (e quindi esaminando direttamente il supporto) è infatti possibile controllare l'affidabilità della prova, ovverosia la paternità delle registrazioni e l'attendibilità di quanto esse documentano.

La vicenda

Nel caso di specie, il giudice del merito, in assenza del supporto, aveva deciso di non acquisire in giudizio la trascrizione della chat WhatsApp intercorsa tra l'imputato del reato di stalking e la parte offesa, che la difesa dell'imputato voleva versare agli atti del processo per provare l'inattendibilità della persona offesa.
Per la Cassazione, tale decisione è ineccepibile: la conversazione non può fare il suo ingresso nel giudizio.
Corte di cassazione testo sentenza numero 49016/2017 

PIOGGIA DI DENARI Bankitalia, dopo la riconferma di Ignazio Visco promosso oltre 1.700 dipendenti: spreco di soldi pubblici

Si stappa champagne in Banca d’Italia. Per la riconferma di Ignazio Visco a Governatore, certo. Ma soprattutto per la raffica di promozioni e aumenti di stipendio che l’accompagna e che in via Nazionale può fare dire: «C’è gloria per tutti». Perché una volta incassata la ri-nomina di Visco il giorno 25 ottobre il dipartimento risorse umane e organizzazione-divisione e avanzamenti della Banca d’Italia con circolare n. 1276105/17 inviata a tutti i capi da Alberto Martiello, delegato del direttore generale, si è potuto annunciare al popolo di via Nazionale e sedi distaccate (poco meno di 7 mila dipendenti) la buona novella dei «passaggi di livello economico 2017»: in tutto 1.706 promossi di funzione e di stipendio.

Champagne per tutti, ha proprio un gran cuore il Governatore, e pazienza se c’è qualcuno che resterà deluso perché le ipotesi di promozione iniziali erano per 2.666 dipendenti. In ogni caso chi ce l’ha fatta è un piccolo esercito (un dipendente su quattro) ed alzerà il calice felice a brindare insieme al suo potentissimo governatore quasi a vita per grazia di Paolo Gentiloni.
Per salvare la forma di una raffica di promozioni di proporzioni tali che nessun segmento del lavoro pubblico e privato in Italia mai si sognerebbe di ottenere, nella circolare si spiega che «l’esercizio di attribuzione dei livelli fa riferimento alla performance registrata nel corso del 2016 e sono state prese in esame tutte le persone, in possesso dei requisiti di esaminabilità, inquadrate nei segmenti di Esperto e Consigliere, al primo e secondo anno di permanenza nel livello, e di Direttore addette presso le varie strutture al 31 dicembre 2016».
I dati generali delle promozioni divise per settori e qualifiche sono consultabili da tutti i dipendenti grazie a un documento interno che le ripercorre e che è diventato visionabile da sindacati e utenti registrati sull’applicazione intranet “Gaia”, un nome che è davvero un programma. C’è da credere che saranno assai gai i beneficiari di tanta generosità. Siccome le regole di avanzamento e promozioni interne alla Banca d’Italia a tutto fanno riferimento fuorché alla meritocrazia (quella si brandisce per fare la morale agli altri in dibattiti e convegni con i celebratissimi moniti Bankitalia), i diretti interessati non sanno di avere ottenuto l’aumento di stipendio o perché. Ci sperano perché una promozione su quattro è una bella roulette russa, ma non ne sono certi, perché nessun superiore gli ha mai detto come capita in ambienti normali di lavoro: «Sono molto contento di come ha lavorato quest’anno, caro ragionier Bianchi. La proporrò per una promozione...».
TERNO AL LOTTO
È un terno al lotto, con una buona speranza che sulla ruota fortunata venga fuori il proprio nome. Ma la suspense è tanta e può fare rischiare l’infarto ai diretti interessati. Niente paura, perché Visco e i suoi hanno il cuore grande e comprendono anche questa umanissima trepidazione. Così la circolare interna annuncia piena di calore umano: «Al fine di consentire a ciascun dipendente di conoscere l’eventuale attribuzione di un passaggio di livello economico a partire dal 26 ottobre p.v. Sarà aggiornata in Siparium la sezione “i miei dati”. A partire dalla stessa data i risultati complessivi dei passaggi di livello economico saranno resi disponibili in Launchpad nella funzionalità “Situazione del personale-Area Manageriale e Alte professionalità”, ove sarà possibile consultare gli avanzamenti di livello di tutto il personale». Sarà come mettersi davanti ai tabelloni di scuola per capire chi viene ammesso o no all’esame di maturità e guardare trepidanti i voti ottenuti in ogni materia.
I NUMERI
Qui però non si tratta di pagelle, ma di bei soldini che arrivano insieme alla buona novella del gran capo che resta in sella altri 6 anni per promuovere, avanzare, gratificare il suo popolo adorante.
Per i direttori e avvocati senior la proposta era stata di 490 promozioni, ne sono state fatte 339 (69,2%), di cui 145 a livello pieno e 194 a livello transitorio. All’interno i più fortunati sono stati i capi servizio: portano a casa 22 promozioni sulle 23 proposte. I meno fortunati i sostituti di divisione: 28 promozioni sulle 52 proposte. Per consiglieri e avvocati le promozioni sono state generose nei confronti di chi era al secondo anno (642 sulle 695 proposte), un po’ meno nei confronti di chi era al primo anno: 246 promozioni sulle 713 proposte. Stessa musica nella promozione degli esperti: al secondo anno premiati il 95,2% dei proposti (in tutto 379) e al primo anno percentuali più basse: il 27% dei proposti (in tutto 100). Nelle tabelle che pubblichiamo ci si può sbizzarrire poi a vedere area funzionale per area funzionale come è andata la lotteria delle promozioni.
I SINDACATI
I sindacati sono gli unici che riescono a lamentarsi anche quando scorrono fiumi di champagne nella gran festa che ha accompagnato la riconferma di Visco. Cauta la reazione del Cida, il sindacato del personale direttivo: «Una volta presa visione di tutti i dati disponibili faremo le nostre osservazioni, anche sulla adeguatezza dell’informativa fornita ai colleghi». Critico invece il Sibc Cisal, che sostiene che il giro di promozioni è stato fatto «per dare più soldi, molti più soldi all’alta dirigenza della banca». Ma la ferita che secondo loro sarebbe stata inferta è quella del basso numero di promozioni garantite a chi lavorava nella vigilanza bancaria, che sarebbe il fanalino di coda fra i settori dei beneficiari. I numeri in realtà non sono bassissimi: 55 dirigenti promossi sugli 82 proposti; 41 consiglieri del primo anno sui 119 proposti; 100 consiglieri del secondo anno sui 110 proposti; 13 esperti del primo anno sui 57 proposti e 127 esperti del secondo anno sui 135 proposti. In tutto la vigilanza ha ottenuto 336 promozioni sulle 495 proposte.
Però il sindacato autonomo ci costruisce sopra un ragionamento non proprio infondato: la conferma di Visco - dicono - «sancisce che l’operato della Banca di Italia e della Vigilanza, struttura particolarmente sotto accusa della stampa, è stato corretto. Se quindi non ci sono stati errori, negligenze, omissioni in un’attività che ha un notevole impatto sistemico e una indubbia rilevanza esterna (…) sarebbe stato normale attendersi che venisse riconosciuta tanta professionalità anche nelle scelte della amministrazione, almeno con pari trattamento rispetto ad altre aree». Detto quel che Gentiloni non aveva capito - e cioè che la riconferma di Visco equivale a dire che la vigilanza della Banca d’Italia in Mps, banche venete e banche toscane ha fatto un lavoro di fino addirittura encomiabile - arrivano le minacce: «Sarebbe doverosa una spiegazione di questo fenomeno, magari da parte di chi da anni è a Capo del dipartimento, e che in più occasioni ha ribadito che la vigilanza non ha sbagliato nulla: davvero uno strano modo di riconoscerlo. Giusto per sapere e regolarsi: lavorare di notte e nei fine settimana non fa benissimo alla salute. Se si capisce che fa male pure al percorso professionale...». Incontentabili.
di Franco Bechis@FrancoBechis

lunedì 30 ottobre 2017

Io, un’aliena senza smartphone, vedo voi tutti così

Non avere uno smartphone nel 2017, è come trovarsi ad una festa dove sono tutti ubriachi tranne te, è come iscriversi a una lezione di balli latinoamericani ed essere l’unica fuori tempo. I movimenti del tuo corpo e la scelta della tua comunicazione scorrono su un canale diverso, su un binario morto.

Per certi versi è una posizione privilegiata perché ci si affaccia al mondo da una finestra nascosta, un falso specchio dove tutti gli altri – affaccendati con il naso all’ingiù – ignorano la tua presenza. Sempre più spesso, quando osservo l’umanità che mi circonda e che mi attraversa senza degnarmi di uno sguardo, ritrovo un immenso magma di gente che compie gli stessi gesti, che parla allo stesso modo, che si assomiglia sempre di più.
L’omologazione iperbolica dovuta agli smartphones (non più strumento di comodo per telefonare o lavorare, ma vero veicolo sociale) inizia da bambini per emulazione, vedendo i propri genitori ossessionati dal telefono, antagonista potentissimo capace di rubar loro la scena.
Gli smartphone entrano nell’interazione delle persone e ne modificano il pensiero, riducono la visione del mondo (impossibile concentrarsi su contenuti scritti in caratteri minuscoli), impoveriscono l’eloquio e la qualità stessa delle relazioniLa più grossa menzogna della tecnologia – connettere le persone in tutto il mondo – non ha fatto altro che allontanarle. E possibilmente renderle più stupide.
Ci sono padre e figlio sul treno. Sono fissi sullo schermo e commentano la partita di calcio giocata dal genitore sul telefono. Parlano a spizzichi e bocconi, il bambino (di circa dieci anni) non riesce a produrre una frase di senso compiuto, usa parole mutilate. Il padre uguale. Non si guardano, il telefono è uno spartiacque affettivo tra loro. Una coppia mi è seduta di fronte sul treno. Sono giovani, studiano entrambi all’università a Genova. Parlano per mezz’ora di Instagram e del profilo di un’amica di lei, ripetono all’infinito gli stessi dettagli su come funziona l’applicazione. I loro ragionamenti sono semplici, elementari, e si basano sul nulla. Ma davvero si può parlare per mezz’ora di un profilo Instagram? Mentre lui le parla lei risponde distratta, con il pollice scrolla il telefono dal quale passano velocissime foto a cui lei non bada, eppure guarda.
Quando è stata l’ultima volta che qualcuno mi ha raccontato una storia, un’esperienza senza tirare fuori il telefonino per farmi vedere le foto? L’ultima volta in cui mi ha fatto sognare ad occhi aperti? Non ricordo. Non è solo l’intelligenza o il calo vertiginoso del linguaggio, ma l’aspetto sociale. È essere soli, sempre più isolati, in mezzo agli “amici” di Facebook, in mezzo ai “followers” di Instagram. È non avere nessuno con cui parlare sul serio, qualcuno con cui confidarsi, a cui sentirsi vicini.
Una delle beffe di Facebook è stata quella di appropriarsi del termine “condivisione”, quando in realtà con gli altri esseri umani non si è capaci di condividere quasi più niente. Neanche una cena. Quante famiglie, coppie, amici si astraggono dal tavolo per guardare FacebookIn quanti sono più focalizzati a fare la foto del piatto e postarla sul proprio profilo? Come se le persone con cui si trovano fossero solo un tramite per rappresentare una vita parallela che è la loro, ma che non lo è più fino in fondo, perché mentre la stanno vivendo non sono veramente lì con la testa e con il cuore, ma sul telefono.
Anche fisicamente le persone stanno cambiando. La loro posizione non è più così eretta, camminano per strada con il collo allungato verso il basso in una sorta di involuzione ad uno stato fetale. Raramente hanno le mani libere, una regge sempre il telefono. E quando sfugge al contatto la vista si attiva allertata, le mani tastano nervose, palpano tasche, frugano borse fin quando, con un sospiro di sollievo, la riconnessione che per pochi istanti si era interrotta, avviene. Quando si staccano dal contatto simbiotico con il loro telefono, sembra gli manchi l’aria, diventano irritabili.
A che cosa gli serve di così fondamentale? Quando sbircio sul loro schermo, stanno giocando a qualche videogioco (anche se sono in mezzo ad altre persone con cui potrebbero interagire) ma il più delle volte sono su FacebookInstagram o scambiano messaggi su uno dei mille gruppi Whatsapp. Di certo non stanno leggendo un reportage su Internazionale o un articolo di un qualche spessore.
E’ il vuoto di pensiero che si sta mangiando la capacità di ragionare; è la morte mentale logorata dall’esasperazione dei ritmi di vita, dalla società robotica che cede la sua scintilla di vita e pensiero critico all’attrazione luminosa dello schermo, in uno stand-by intellettuale sempre più lungo. In pochissimi riescono a stare fermi, inattivi, a contemplare il mondo con le mani in mano riflettendo sulla vita. Per esistere bisognare restare intrattenuti e distratti per non permettere alla mente di entrare in quel meraviglioso limbo, la noia, dal quale scaturiscono idee.
Se gli fai notare la loro incapacità di staccarsi dal telefono ti guardano sciocciati, ti rispondono male. E il loro modo di farti notare che sei out – perché col tuo telefono giocattolo (del quale in fondo si vergognano) non puoi postare le foto delle vacanze, perché non sei raggiungibile tramite Whatsapp – è la prova che non riuscirebbero mai e poi mai a farne a meno. E al pari di un alcolizzato o un cocainomane negano la propria dipendenza.
Così ti rimetti in strada, eroe senz’armi, continuando a osservare il mondo scorrerti davanti, in attesa di incontrare un tuo simile o qualche converso del web con cui dare vita a una pratica ormai in via di estinzione: guardarsi negli occhi e intavolare una conversazione.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/14/io-unaliena-senza-smartphone-vedo-voi-tutti-cosi/3909371/
Articolo di Erica Vecchione

domenica 29 ottobre 2017

Il sistema bancario e la politica Le pressioni politiche su Banca d’Italia servono ai politici coinvolti nelle crisi bancarie per coprire le proprie responsabilità.

Le pressioni politiche su Banca d’Italia servono ai politici coinvolti nelle crisi bancarie per coprire le proprie responsabilità.


BRUXELLES. Qualche politico italiano ha “Parlamentizzato” questioni coinvolgenti altre autonome istituzioni con l’evidente tentativo di risolvere propri problemi riguardo accuse che li riguardano direttamente o indirettamente in oscure vicende bancarie dove i loro nomi o quelli di parenti e amici sono iscritti in inchieste giudiziarie. Eppure dovrebbero conoscere come è strutturato il sistema delle banche nello spazio in Eurolandia. Rammentiamo, allora, che tra i Paesi appartenenti all’Unione Europea l’intensità del coordinamento e della cooperazione è cresciuto nel tempo, tendendo sempre più a un assetto accentrato di scelte e decisioni comuni, basate su nuove regole e nuove istituzioni.
Le nuove regole sono un unico sistema di norme prudenziali armonizzate (il cosiddetto single rulebook) che hanno effetto diretto negli Stati componenti l’Unione Europea, senza la necessità di atti nazionali per il recepimento. Le nuove istituzioni sono rappresentate dal Sistema europeo di vigilanza finanziaria (SEVIF) che è stato istituito nel 2010 fra tutti gli Stati aderenti all’Unione Europea e dall’Unione bancaria costituita tra gli Stati dell’eurozona. Inoltre, all’Unione bancaria possono partecipare volontariamente anche altri Stati dell’Unione Europea la cui valuta nazionale non è l’euro.
Il SEVIF è composto dall’European Systemic Risk Board (ESRB) che ha le competenze in materia di vigilanza macroprudenziale e da tre diverse autorità incaricate del coordinamento della vigilanza prudenziale in tre settori-chiave: l’Autorità bancaria europea (ABEEuropean Banking Authority, EBA), l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (AEAPEuropean Insurance and Occupational Pensions Authority, EIOPA) e l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (AESFEM European Securities and Markets Authority, ESMA) nonché dal loro Comitato congiunto e dalle autorità nazionali dei singoli Stati componenti.
L’Unione bancaria, istituita tra i Paesi dell’eurozona, si basa su un meccanismo di vigilanza unico e su un meccanismo di risoluzione unico. Il Meccanismo di vigilanza unico (MVU o Single Supervisory Mechanism, SSM) esercita dal novembre 2014 compiti e poteri di vigilanza sulle banche da parte della Banca Centrale Europea (con il Consiglio di sorveglianza) e delle autorità di vigilanza dei Paesi dell’area dell’euro (nonché di quelli extra area che vorranno aderirvi). La BCE vigila direttamente le banche cosiddette "significative". Tutte le altre banche sono soggette alla vigilanza delle autorità nazionali, nell’ambito degli indirizzi formulati dalla BCE e di un’azione di supervisione comunque svolta da quest’ultima sulla base di informazioni trasmesse dalle autorità di vigilanza nazionali: Se dovesse considerarlo necessario, la BCE ha tuttavia il potere di assumere la vigilanza diretta anche su queste banche.
Nel contesto dell’Unione bancaria, la Banca d’Italia contribuisce alle decisioni assunte dagli organi di vertice dell’SSM e, così, la Vigilanza della Banca d’Italia approfondisce la conoscenza dei sistemi bancari degli altri Paesi aderenti curando lo sviluppo di prassi omogenee, nell’interesse della stabilità del sistema bancario europeo.
Dallo scorso anno 2016 è operativo il Meccanismo di risoluzione unico (MRU o Single Resolution Mechanism, SRM). Come dire che la risoluzione delle crisi di tutte le banche dei Paesi aderenti al meccanismo di vigilanza unico è gestita secondo regole armonizzate da parte di un’autorità di risoluzione unica (il Comitato di risoluzione unico; Single Resolution Board, SRB) o dalle autorità di risoluzione nazionali, nell’ambito di istruzioni e orientamenti comuni stabiliti dal Comitato, e può essere finanziata da un fondo unico che è alimentato dai contributi versati dalle banche stesse.
In un mercato sempre più integrato a livello internazionale a Bruxelles e Francoforte hanno ritenuto fondamentali il coordinamento e la cooperazione tra le autorità di vigilanza dei diversi Paesi. La predisposizione di standard globali consente al mercato stesso di potersi sviluppare, offrendo così maggiori possibilità di investimento o di finanziamento per famiglie che possono permetterselo, le imprese e gli Stati, assicurando condizioni di parità competitiva tra gli intermediari e stabilità dei mercati. Vari organismi definiscono tali standard: tra gli altri il Comitato di Basilea per la Vigilanza bancaria e il Consiglio per la stabilità finanziaria (Financial Stability Board, FSB), ai quali la Banca d'Italia partecipa attivamente.
Un lungo dettagliato profilo dal quale dovrebbe scaturire tranquillità per i cittadini e i piccoli risparmiatori. Esperienze di fallimentari banche italiane, esemplare il caso della Banca Etruria, sono ancora lì a dimostrare che un fil rouge attraversa il mondo bancario: l’arroganza spocchiosa degli organi direttivi, laddove dietro laute ricompense i Robin Hood all’incontrario – depredando i poveri e i più deboli e saziando con abbondanza i ricchi – giocano con la carta-moneta quasi fossimo al campionato di Monopoli.
È lungo l’elenco delle banche italiane sull’orlo di una crisi di nervi che, c’è da attenderselo, getterà sul lastrico i più deboli della partita. Qualche domanda, dunque, ce la poniamo: possibile che nessuno si sia accorto per tempo delle nefandezze compiute per il proprio tornaconto da banchieri senza scrupoli etici ed evidentemente con scarse capacità tecniche e gestionali? Era indispensabile che i nomi di personaggi copiosamente pagati arrivassero dalla politica o, peggio ancora, dai partiti? Possibile che la vigilanza fosse sulla strada dell’indebolimento e pensasse ad altro? Perché le banche vengono continuamente considerate come istituzioni e non come imprese che nemmeno fabbricano ciò che mercanteggiano, ovvero denaro, essendo imprese di servizi, attraverso il denaro che comprano dalla banca centrale e vendono – spesso in modo truffaldino e tossico – a cittadini e imprese con i prestiti e i mutui e dove vanno anche a chiederne?
Un sistema di controllo efficace, dal livello comunitario al livello localistico, per lo meno non consentirebbe a qualche banca di arrivare al default dopo aver depredato i risparmiatori: che più sono piccoli, più sono deboli e circuibili. Perché a chi è più grasso e lercio i milioni si regalano più facilmente.
 di
 
 28/10/2017

LA DITTATURA DEI BANCHIERI RECENSIONE DI ADRIANA DRAGONI

Adriana Dragoni ci fa pubblicare una recensione su “la dittatura dei Banchieri” scritto qualche anno fa che merita una nuova attenzione.

Il titolo, “La dittatura dei banchieri”, all’apparenza un po’ aggressivo, è la chiara e netta risposta alla domanda che molti si fanno: ma che cos’è che sta succedendo? Il libro giustifica questa risposta, riferendo fatti di fondamentale importanza, che generalmente la comunicazione di massa non rivela e che quindi sono sconosciuti ai  più. L’autore, il giornalista ed ex senatore Emidio Novi, chiarisce la situazione attuale con un linguaggio semplice e comprensibile. Già dalle prime pagine rivela il proprio giudizio su questo momento storico e le sue tendenze. Lo definisce una diversa forma di comunismo, che vuole ”introdurre l’uguaglianza dei popoli nella miseria…..,produrre l’impoverimento dell’Occidente con la delocalizzazione delle industrie manifatturiere e con la regressione progressiva dei paesi avanzati verso un’economia virtuale dei servizi.” A imporre e a condurre questo processo distruttivo sono i finanzieri della Trilateral, del club Bilderberg,  del circolo di Davos e dei “crocieristi” del Britannia. Ad attuarlo in Italia, sono anche quei partiti della Sinistra di ascendenza comunista. Così il comunismo diventa capitalismo finanziario.
In effetti, sia il comunismo che il capitalismo finanziario derivano dall’evoluzione del razionalismo giacobino. Questo razionalismo, come si sa, afferma il principio dell’assoluta uguaglianza tra gli uomini e quindi il livellamento della società e, forzatamente, il potere dei burocrati.
Il giacobinismo, da cui nacque il capitalismo liberista, già prevedeva il cosmopolitismo e quindi l’esclusione delle tradizioni e dell’identità nazionale, della religione e della famiglia. E non ci sarebbe bisogno di ricordare Karl Marx, che vagheggiava di questi uomini senza patria, senza religione e senza famiglia, che così sarebbero diventati i più felici del mondo. Ma che, in verità, sarebbero stati individui senza identità, involucri vuoti, manichini che contengono il nulla.
Emidio Novi evidenzia che la lotta contro il berlusconismo deriva appunto dallo scontro culturale tra la limitatezza razionalista e l’umanesimo nazional-popolare. Il berlusconismo è la nuova veste di questo umanesimo, che ha una concezione del mondo più ampia, una logica più umana, una prospettiva, un modo di vedere le cose e le situazioni più naturale, più realistico e più vero.
Il compito del partito politico del professore Mario Monti, che si dice di centro,  è quello di imporre al berlusconismo il disarmo morale e politico e di riportare i berlusconiani “nell’alveo moderato e subalterno alla cultura mondialista e alla turbofinanza globalizzata”.
“La dittatura dei banchieri” è un libro che fa pensare e suggerisce uno sguardo più consapevole sulla nostra realtà quotidiana e rende logico e conseguente quello che a tutta prima sembra assurdo e senza ragione.
Per esempio, cercano di convincerci che abbiamo il dovere di accogliere extracomunitari robusti e ben cresciuti, che arrivano qui perché soffrono la fame, oppure perché, pur essendo più di duecento, sono  stati costretti a venire illegalmente da noi da due soli scafisti. Cercano di convincerci che noi dobbiamo dare, ai milioni di persone che sono venute nel nostro Paese, lavoro, case, assistenza sanitaria e servizi, che per noi italiani non ci sono certo a sufficienza. (E qui non ci sono neanche carceri a sufficienza. Basti pensare al censimento fatto dai radicali dell’affollamento delle carceri, che denuncia il 40% in più di detenuti, corrispondente al 40 % di detenuti extracomunitari).  Questo Paese ha un territorio ristretto e molto abitato (basti pensare che ha luoghi con il più alto tasso demografico del mondo, come Napoli e provincia), quindi non è adatto all’immigrazione, come invece l’Australia o l’America, dove c’è tanto spazio, dove noi emigranti abbiamo portato la nostra civiltà e dove pure cercano, soprattutto oggi, di metter freno all’immigrazione.
Sappiamo che le società armoniose sono composte da individui che, pur diversi tra loro, hanno una certa omogeneità, e l’esperienza ci insegna  che la vicinanza troppo stretta, in uno spazio limitato, tra popolazioni diverse, genera conflitti. Eppure ci vogliono convincere che il melting pot anche da noi sarebbe opportuno.
Cancellare cultura, tradizione,  lingua, identità dei popoli e delle patrie (che sono le terre dei padri e non di tutti quelli nati in un territorio, come vorrebbe farci credere il politicamente corretto) è funzionale alla dittatura dei banchieri. Così, quello che sembra assurdo, se lo immettiamo nel contesto suggerito e illustrato da Novi, trova la sua logica. L’omogeneità di cultura stabilisce un’identità e una coesione comunitaria, una forza, una forza pericolosa, e quindi alla dittatura dei banchieri è funzionale una società disintegrata, fatta di individui senza valori, senza storia e senza informazioni sulla realtà.
Con tante informazioni fasulle –dice Novi- avendo perso i loro valori di riferimento, i cittadini italiani non riescono a scorgere la verità della situazione, a decidere su che cosa sia bene per loro. Cito dal libro: “ai popoli è permesso solo coltivare la vulgata del politicamente corretto: l’accoglienza, il pacifismo, la solidarietà pelosa, i “valori” dell’aborto, la religiosità derubricata a new age, il riformismo come espropriazione dei propri diritti….l’antifascismo, il libero commercio internazionale… L’amnesia e la perdita d’identità rendono i popoli rassegnati, irriflessivi, dediti alla sopravvivenza quotidiana che induce alla obbediente remissività.”
Eppure l’Italia era un Paese ricco, intraprendente, attivo, con tante piccole e medie imprese industriali e commerciali. Come si è lasciato invadere senza fare alcuna opposizione, come si è trasformato in questo desolato Paese di fabbriche chiuse, di saracinesche di negozi abbassate, di disoccupazione galoppante, in questo Paese di depressi, di disperati e di suicidi? Novi evidenzia la speculazione predatoria dalla Grande Finanza contro l’Italia: bisogna distruggere le sue piccole e medie imprese, distruggere la loro autonomia, per affermare il dominio dei banchieri sull’economia mondiale. I lavoratori devono essere tutti dipendenti, tutti sottoposti al potere dei banchieri. Cosicché quel lavoro che per Marx era la forza che “creò l’uomo dalla scimmia” ora lo rende schiavo. Così il capitalismo che investiva nell’industria, diventando produttivo e creando benessere per tutti, ora è diventato capitalismo finanziario e usuraio, intento solo ad accumulare denaro.
E viene da pensare all’attuale forma del denaro. Un  tempo era la misura dei terreni o delle greggi possedute; da qui il termine “pecunia”, che deriva da pecus (=pecora). Ed era la moneta, fatta  di preziosi metalli: era d’oro,  d’argento o di bronzo. Poi fu inventata la cartamoneta, che corrispondeva alla quantità d’oro conservato nei forzieri dello Stato. Poi questa corrispondenza tra cartamoneta e oro fu cancellata: il valore del denaro incominciò a obbedire a logiche complicate. E ora? Ora il denaro si è ridotto sostanzialmente in quei numeri che compaiono su un computer; continua a corrispondere alle cose possedute ma, quando è tantissimo, è soprattutto misura di se stesso, del proprio potere: è “il potere del diavolo”.
Nel frattempo, ci continuano a parlare di misure numeriche, dello spreade del default e ci dicono che tutti i nostri guai dipendono dal nostro debito pubblico. Eppure – ci informa Novi- non solo gli Stati Uniti hanno un altissimo debito pubblico e non stanno male come noi ma anche altri paesi. Come il Giappone, che ha un debito che vale il doppio del nostro ma non ha le nostre difficoltà. Il fatto è – ci spiega – che questi Paesi hanno quella sovranità  monetaria che noi non abbiamo.
L ’Italia, infatti, non batte moneta; questo compito è  riservato alla Banca Comune Europea, la quale non è una banca statale, l‘Europa come Stato non esiste, ma è proprietà privata, appartiene appunto a quei banchieri che fanno il bello e il cattivo tempo sulla nostra economia e sulle nostre vite. E a capo di questa banca ora c’è Mario Draghi, (“un vile affarista” secondo Francesco Cossiga), socio della banca d’affari Goldman Sachs, che, come funzionario del Ministero del Tesoro, è stato responsabile della svendita dell’industria italiana al tempo di Romano Prodi. Mario Draghi è al vertice della BCE- scrive Novi- perché scelto dalla Merkel su consiglio dell’International Swaps and Derivatews Association, una delle grandi associazioni del capitalismo globale finanziario, che ha sede a Londra e vale 47mila miliardi di euro.
Novi accusa appunto la Banca Comune Europea di non averci sollevato dalle nostre difficoltà finanziarie, perché l’attacco dell’Alta Finanza internazionale all’Italia poteva essere spento sul nascere se la Bce avesse stampato euro per comprare i titoli italiani di Stato senza alcun limite.; ma non lo ha fatto.
Addentrandosi nell’esame della situazione finanziaria italiana Novi ricorda che, nel 1981, quando Azeglio Ciampi era governatore della Banca d’Italia e Nino Andreatta ministro del Tesoro, ci fu la divisione tra Banca d’Italia e Tesoro.  Fino al 1981 il debito pubblico italiano era finanziato con l’emissione di moneta dalla Banca d’Italia. Poi, dopo questa divisione, il Paese dovette rivolgersi ai mercati, all’usura bancaria. E il debito, che nel 1981 era del 60%del prodotto interno lordo, dieci anni dopo salì al 120 %.
Si fece questo – si disse- per bloccare l’inflazione, cioè l’aumento dei prezzi al consumo. E ci dissero che operavano per bloccare l’inflazione, anche quando ci vollero fare accettare che l’Unione Monetaria Europea creasse la Banca Comune Europea, una banca privata, facendoci perdere  la sovranità monetaria. Ed è così che nacque la dittatura dei banchieri, che comandano attraverso quei governanti che hanno il compito di obbedire ai loro ordini. Quei governanti e quegli uomini politici che non obbediscono vengono attaccati con ogni mezzo: devono essere messi fuori gioco.
La caduta del governo Berlusconi nel 2011 – ricorda Novi- fu determinata da un attacco all’Italia dell’Alta Finanza, internazionale, che portò al governo Mario Monti, “figlio, secondo De Rita- cita Novi- dei Governi di Francoforte e di Bruxelles e dell’Alta Finanza”. Per l’occasione, Le Monde lanciava un attacco contro la Golden Sachs e gli uomini politici che ingannano i loro popoli, “come Mario Monti  e Mario Draghi”.
Novi osserva che, quando Marine Le Pen dice che “l’euro sarà una parentesi nella storia francese, la Banca Centrale stamperà così tanti franchi da difendere l’occupazione, restaureremo la sovranità economica nazionale, alzeremo i salari introducendo una tassa sulle importazioni”, trova l’approvazione entusiastica di tantissimi francesi.
L’adozione di una moneta forte, fatta-  come ci hanno detto- per combattere l’aumento dei prezzi al consumo, ora ostacola l’esportazione dei nostri prodotti, mentre ci porta a diventare consumatori di cose prodotte altrove. Eppure queste cose prodotte altrove, oggetti tecnologici, vestiario, calzature  ecc., le abbiamo create noi. Al diavolo il diritto d’autore, il marchio italiano non c’è, ci hanno copiato anche quello.
Un Paese con una moneta forte attira non solo le merci ma anche i tanti stranieri che vogliono migliorare le loro condizioni economiche. L’’ingresso di questi lavoratori viene incoraggiato da coloro che ci governano, anche perché fa abbassare il costo del lavoro, anche del lavoro degli italiani, che devono accontentarsi del precariato e di paghe basse. Essendoci abbondanza di lavoratori, il lavoro scarseggia, soprattutto per i giovani, che così non possono metter su famiglia e avere dei figli. Un buon motivo perché ci dicano, udite, udite, che dobbiamo essere contenti dell’incremento demografico dato dai figli degli extracomunitari, perché in Italia c’è un calo delle nascite.
D’altra parte, anche per l’abbassamento del prodotto interno, c’è  anche un calo degli introiti nelle casse dello Stato italiano, che, di conseguenza, ha denaro tanto scarso che non basta a pagare i propri dipendenti, i propri fornitori e a mettere in cantiere le opportune opere pubbliche. La soluzione governativa di questa situazione è l’aumento delle tasse. Ma, per quanto queste continuino ad aumentare, non possono sopperire al continuo drenaggio di denaro italiano verso altri Paesi con una moneta più debole, determinato dalla delocalizzazione delle nostre imprese  e dai continui trasferimenti monetari eseguiti delle decine di milioni di extracomunitari domiciliati in Italia. Se questi trasferimenti sono di denaro onestamente guadagnato, sono forse di soli cento euro mensili, che però, moltiplicati per il numero di tanti extracomunitari, sono comunque una somma tale da costituire milioni di euro sottratti ogni mese alle casse dello Stato italiano.
Il rimedio alle difficoltà in cui si dibatte l’Italia– secondo Novi- è difendere i propri interessi, formare una rete di industrie autonome, non obbedire ai diktat dei banchieri usurai ma attuare un intelligente protezionismo. Queste azioni richiedono una rivoluzione politica e culturale. E Novi cita in proposito Jules Régis Debray, ex guerrigliero, amico di Castro e di Che Guevara, che,  in un suo libro, “Elogio alle frontiere”, considera la difesa del proprio territorio difesa della propria libertà.
E personalmente sento un profondo raccapriccio quando vedo i politici rendere omaggio, durante una cerimonia ufficiale, al monumento del Milite Ignoto, simbolo del dolore di tante madri per i figli morti combattendo in difesa del nostro territorio e della nostra libertà. Perché i politici di queste cerimonie ufficiali sono gli stessi che, disprezzando il sacrificio di quelle giovani vite stroncate, favoriscono l’abbattimento delle frontiere e la perdita della libertà degli Italiani.

Posted by  on Ott 28, 2017

Adriana Dragoni

giovedì 26 ottobre 2017

Divieto di anatocismo bancario: la Cassazione fa (di nuovo) chiarezza

La Suprema Corte torna nuovamente sul divieto dell'anatocismo bancario dichiarando illegittima tale prassi



Dott.ssa Floriana Baldino - Gli Ermellini si sono espressi nuovamente sull'anatocismo bancariodichiarando illegittima questa prassi.

Cassazione: no alla capitalizzazione degli interessi

La Cassazione, nell'ordinanza n. del 24293 del 16 ottobre 2017, ha ribadito il suo "no" in ordine alla capitalizzazione degli interessi sui conti correnti.
Si legge nell'ordinanza "Gli usi bancari in materia di anatocismo non hanno alcun valore normativo, ed una volta disconosciuta la loro natura di fonte di diritto la disciplina applicabile non può che essere quella legale, a meno che non vi sia stata una successiva pattuizione in merito alla capitalizzazione degli interessi. In caso contrario, ovvero nel caso in cui si faccia riferimento agli usi bancari e non a successive pattuizioni, mai gli interessi potranno produrre interessi se non a partire dalla data della domanda giudiziale".
La Cassazione, questa volta, si è espressa su un rapporto di conto corrente bancario sorto prima del 2000 e regolato secondo gli "usi bancari".

La legislazione sulla capitalizzazione degli interessi

La legge di stabilità del 2014, è intervenuta in materia ed aveva proibito alle banche, ed anche a tutti gli intermediari finanziari, di imputare gli interessi maturati a capitale (questo è quanto accade con l'anatocismo).
La capitalizzazione degli interessi fa sì che ogni trimestre gli interessi passivi calcolati sulla originaria quota capitale, diventano a loro volta capitale e su di essi verranno calcolati altri interessi passivi nel nuovo trimestre e così a seguire.
Questo ovviamente comporta per la banca un indubbio e notevole vantaggio economico ma il risultato, a danno del correntista, sarà poi che il tasso applicato effettivamente sarà molto più alto di quello dichiarato in contratto, superando, in molti casi, persino il tasso soglia.
La legge di stabilità 2014, prevedeva che quanto meno ci debba essere una certa simmetria tra gli interessi creditori e quelli debitori, ma sempre evitando che gli interessi passivi venissero imputati a conto capitale e trattandoli separatamente.
In seguito alla legge di stabilità è intervenuto il D.L. n. 18/2016 convertito in L. n. 49/2016 – Art. 17-bis, ed il legislatore ha precisato che il divieto di capitalizzazionenon si applica né agli interessi di mora, né agli interessi maturati su saldi passivi di conto corrente, sia che derivino da aperture di credito che da conti scoperti oltre i limiti del fido o non affidati.

Si è aperto un contrasto giurisprudenziale in materia, tutt'oggi non risolto, e nel 2016 è intervenuta, in materia, la delibera del CICR, delibera n. 343 del 3 agosto 2016, che tornando sull'argomento, ha stabilito, tra le altre cose, che gli interessi devono essere contabilizzati separatamente dal capitale e che gli interessi debitori, secondo la norma, divengono esigibili dal 1° marzo dell'anno successivo a quello in cui sono maturati.

lunedì 23 ottobre 2017

300 euro in più nella pensione, ma nessuno lo dice. Bisogna fare richiesta. Ecco come fare per averli…

Finalmente una buona notizia per il nostro paese, anche se a quanto pare nessuno sta diffondendo la notizia. I pensionati possono tirare un respiro di sollievo. È previsto per loro un contributo in più di circa 300 euro mensili.

Solo per un pensionato su due però. Intanto, se ci fate caso, nessuno ne parla di questa notizia. Il motivo? Qualche interesse politico latente, probabilmente. I pensionati che ricevano un assegno inferiore ai 750 euro ci sono i cosiddetti “diritti inespressi”: agevolazioni finanziarie che per essere ricevute devono essere richieste esplicitamente dai pensionati richiedenti.
Ma perché nemmeno i diretti interessanti, ovvero i pensionati, sanno niente di tutto questo? Il fatto è che l’INPS e il Governo tengono ben nascosta tutta questa faccenda. Il contributo massimo è di 300 euro. Forse si teme che troppi anziani facciano domande? Sono pochi i pensionati che infatti, sanno di questo bonus e lo hanno già ricevuto, integrando la propria pensione con assegni mensili fissi dai 100 ai 300 euro. Insomma, cifre del genere possono fare davvero la differenza per un pensionato che percepisce solo 500 o 600 euro al mese.
È importante che notizie come queste circolino, per permettere a tutti di fare domanda e ricevere il bonus che, seppure minimo, potrebbe rivelarsi vitale per chi non versa in ottime condizioni finanziarie.
Vengono chiamati “diritti inespressi” perché, anche essendo dei diritti, per essere riconosciuti devono essere richiesti. In caso contrario l’assegno previdenziale rimane quello di sempre.
Quindi è possibile fare una richiesta all’Inps e chiedere anche gli arretrati fino a 5 anni. Il quotidiano “La Verità” diretto da Maurizio Belpietro ha puntato i riflettori sulle pensioni, portando alla luce tutto ciò. Tutte le informazioni sui “diritti inespressi” potete trovarle sul sito www.inps.it, per avviare la richiesta bisogna collegarsi alla pagina personale “Cedolino pensione e servizi collegati”, ma se non riuscite a farlo in autonomia potrete naturalmente far riferimento ad un CAF.
Fonte : siamorimastisoli

giovedì 19 ottobre 2017

Mutuo: se nel contratto c'è usura pattizia non sono dovuti più interessi ma solo il capitale

La Cassazione interviene sul tema dell'usura bancaria
mano che prende soldi chiusi in trappola per topi concetto usura
Dott.ssa Floriana Baldino - Tema molto caldo e molto dibattuto quello dell'usura bancaria, con le varie differenze tra l'usura pattizia e l'usura sopravvenuta.
La Cassazione è tornata ancora una volta su questa annosa questione, con una recente ordinanza, depositata il 4 ottobre (la n. 23192/2017).

Il caso

La banca proponeva ricorso avverso il decreto del Tribunale di Matera, con cui il giudice rigettava l'ammissione della stessa al passivo del fallimento di una società per l'intero debito dalla medesima richiesto, ovvero per un importo legato ad un mutuo fondiario comprensivo di interessi legali ed interessi moratori.
Il tribunale riteneva infatti che, concordemente a quanto affermato dal giudice delegato, la banca dovesse essere ammessa al passivo solo per la sorte capitale del credito di riferimento (un mutuo fondiario) e non potesse invece richiedere gli interessi moratori, nè quelli convenzionalmente pattuiti, a causa dell'usura pattizia.

Usura pattizia: mutuo da oneroso a gratuito

Nel corso del giudizio, era emerso dalla C.T.U., che, al momento della sottoscrizione del contratto, il tasso pattuito a titolo di interessi di mora era superiore al tasso soglia.
L'art. 1815, 2° c. del c.c., così recita: "Se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi".
Questo il motivo per cui sia il giudice delegato che il Tribunale di Matera, hanno ritenuto che la banca non potesse richiedere nulla oltre la sorte capitale concessa in mutuo, ed il mutuo concesso, ai sensi dell'art. 1815 c.c., si doveva trasformare da contratto a titolo oneroso a contratto a titolo gratuito.
La Cassazione richiama in sé una precedente sentenza, la n. 5324 del 2003, che così recita: "E' noto che in tema di contratto di mutuo, l'articolo 1 della legge numero 108 del 96, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti devono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che quelli moratori. Ha errato, allora, il tribunale nel ritenere in maniera apodittica che il tasso di soglia non fosse stato superato nella fattispecie concreta, solo perché non sarebbe consentito cumulare gli interessi corrispettivi a quelli moratori al fine di accertare il superamento del detto tasso".
Quindi con l'attuale ordinanza, nel rispetto e confermando quando già affermato precedentemente dalla giurisprudenza di legittimità (v. anche Cass. n. 350/2013), la Cassazione ha stabilito che se il tasso applicato al contratto dovesse superare il tasso soglia determinato dalla legge 108/96, il contratto di mutuo, in applicazione a quando disciplinato dall'art. 1815 del c.c., si trasforma in un contratto a titolo gratuito.

martedì 17 ottobre 2017

Il bonus da 485 euro è in Gazzetta Ufficiale: Il reddito di inclusione diventa realtà

Reddito di inclusione dal 1° gennaio 2018

Il REI entra in Gazzetta ufficiale e diventa dunque realtà. Il cosiddetto Reddito di Inclusione conbonus da 485 euro non è più solo utopia, ma è in vigore dal 14 ottobre. Grazie al decreto che rende operativo il reddito di inclusione che sostituirà Sia e assegno di disoccupazione.

Bonus 485 euro, è realtà per tutti: pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, è attivo

Operativo, in effetti, lo sarà da gennaio 2018 e sostituirà completamente l’attuale Sia (sostegno inclusione attiva) e Asdi (assegno di disoccupazione). A prevederlo è il decreto legislativo n. 147/2017 (sotto allegato), pubblicato in Gazzetta il 13 ottobre e in vigore da sabato scorso.
Dal prossimo anno, dunque, prenderà il via la nuova prestazione universale di contrasto alla povertà, avente valore mensile da 187,50 fino a 485,41 euro in base ai componenti familiari.

Reddito di inclusione dal 1° gennaio 2018

A decorrere dal 1° gennaio 2018, dispone l’art. 2 del decreto è istituito il Reddito di inclusione (Rei), “quale misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale”.
Si tratta di una misura a carattere universale, condizionata alla prova dei mezzi e all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà.
Il Rei è riconosciuto ai nuclei familiari in condizione di povertà ed è articolato in un beneficio economico e in una componente di servizi alla persona identificata, in esito ad una valutazione multidimensionale del bisogno del nucleo familiare.

A chi spetta il Rei

I beneficiari del Rei sono (su richiesta), i nuclei familiari che risultano, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, in possesso congiuntamente dei seguenti requisiti:
– cittadini dell’Unione o familiari titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadini di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (il requisito va posseduto dal richiedente);
– residenti in Italia, in via continuativa, da almeno due anni al momento di presentazione della domanda;
– in possesso di un valore Isee in corso di validità non superiore a 6mila euro;
–  con valore dell’Isre non superiore a 3mila euro;
–  se con un patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore ad euro 20.000 e di un patrimonio mobiliare, non superiore ad una soglia di 6mila euro, accresciuta di 2mila euro per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo fino a un tetto di 10mila euro;
– non intestatari (nessun componente familiare) o avere disponibilità di autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (fatti salvi quelli per i disabili) né di navi e imbarcazioni da diporto;
– con la presenza di un componente di età minore di anni 18, un disabile o una donna in stato di gravidanza accertata(questo in sede di prima applicazione per l’accesso al Rei), ovvero, ancora, un lavoratore di età pari o superiore a 55 anni, che si trovi “in stato di disoccupazione per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale” e abbia finito da almeno tre mesi, di beneficiare dell’intera prestazione per la disoccupazione, ovvero, nel caso in cui non abbia diritto alla stessa sia disoccupato da almeno tre mesi.
Il Rei è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa, ma non lo è invece con la contemporanea fruizione da parte di qualsiasi componente del nucleo familiare della Naspi e di altri ammortizzatori sociali.

Rei: importo e durata

Il beneficio economico del ReI è pari, su base annua, recita il decreto, “al valore di euro 3.000 moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza corrispondente alla specifica composizione del nucleo familiare”. In ogni caso, il beneficio non può eccedere (almeno in sede di prima applicazione), il limite dell’ammontare su base annua dell’assegno sociale.
 Il beneficio viene riconosciuto per un periodo continuativo non superiore a 18 mesi e può essere rinnovato solo laddove trascorsi almeno 6 mesi da quando ne è cessato il godimento.

La domanda per il Rei dal 1° dicembre 2017

Il Rei deve essere richiesto presso gli appositi punti per l’accesso individuati dal proprio comune. Il modulo di domanda sarà predisposto dall’Inps e il Rei potrà essere richiesto a far data dal 1° dicembre 2017.
Il versamento del beneficio sarà disposto mensilmente dall’istituto successivamente all’avvenuta sottoscrizione del progetto personalizzato, fatta eccezione per l’anno 2018 per il quale l’Inps disporrà il versamento pur in assenza della sottoscrizione stessa.
Il beneficio sarà erogato tramite la “Carta Rei”, con la quale, oltre all’acquisto dei generi previsti per la Carta acquisti, potranno essere prelevati contanti entro un limite mensile non superiore alla metà del beneficio.

Dal 2018 Isee precompilato

A decorrere dal 2018, l’Inps precompilerà la Dsu, in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate, utilizzando le informazioni disponibili nell’Anagrafe tributaria, nel Catasto e negli archivi dell’INPS. La Dsu precompilata potrà essere accettata o modificata (fatta eccezione per i trattamenti erogati dall’INPS e per le componenti già dichiarate a fini fiscali) e sarà resa disponibile ai cittadini telematicamente sul sito dell’Inps (e sul portale dell’Agenzia delle Entrate), ovvero, conferendo apposita delega, tramite i Caf.

Sia e Asdi addio

Dal 1° gennaio 2018, il Rei rimpiazzerà il SIA (Sostegno Inclusione Attiva) e l’Asdi (l’assegno di disoccupazione) che non saranno più riconosciuti, fatti salvi gli aventi diritto che entro la medesima data hanno maturato i requisiti richiesti.

fonte : studiocataldi

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